Vegano, non alieno. La dolce vita veg di Gaia

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Entrate su Internet. Se non avete Google come homepage, digitatelo in qualsiasi lingua voi vogliate, poi entrate nella ricerca Immagini. Scrivete ora nella barra di ricerca “Vegan Cartoon“. Ecco, questa vignetta la troverete di certo nella prima fila, insieme a tante altre più o meno simpatiche e/o taglienti.
La questione di vegani e vegetariani è intrappolata tra due estremi: gli onnivori “che se non mangi carne, dove trovi le proteine?”  e i vegetariani/vegani stessi in preda ad attacchi violenti di estremismo, misti a opere indesiderate di proselitismo. Vogliate anche il fatto che si riconoscano in una minoranza contro il resto del mondo, scattare sulla difensiva pare una reazione istintiva naturale.

Gioie e dolori della democrazia del cibo.

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Dì il mio nome. Anoressia, 7 anni dopo.

Spaghetto

Il folletto, lo chiamavo.

Tassativamente nero, ovvio; non è che per una cosa del genere potevo scegliere un colore vivido e brillante come, che so, un rosa pastello (a prescindere dal fatto che a me il rosa fa schifo). È che un uomo nero sembrava essere troppo ingombrante, oltre che poco adatto; un animale poteva farmi correre il rischio di dare troppa fisicità alla cosa, renderla quasi palpabile, quando l’unica cosa che volevo era negare l’innegabile. Il folletto nero sembrava essere il giusto compromesso tra intangibile e tragicità, nelle giuste proporzioni: in fondo quello che sentivo –e che solo io potevo sentire, era una voce al pari di un sibilo. Una voce capace di irretire ogni centimetro del mio corpo davanti a un piatto troppo pieno. Stavo giusto riflettendo sul fatto che, ancora oggi, non lo chiamo col suo vero nome: è ancora il folletto, se parlo con qualcuno che l’ha vissuto accanto a me; per tutti gli altri, è “il periodo in cui sono stata male” o, in una molto leggera (e poco esaustiva) litote, “quando non sono stata bene”.

Si  chiamava anoressia.
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Di autoproduzione contemporanea, di impegno e di quotidianità. Intervista a Manuela Conti

Da grande voglio fare la cantastorie.
Voglio raccontare ai bambini di Milano che le mele non nascono all’Esselunga, non crescono nei sacchetti di plastica e non sono tutte rosse, gialle o verdi; che anche quelle con i buchetti sono buone -anzi, lo sono di più, parola del bruco che le ha provate prima di noi. Voglio assicurare loro che Babbo Natale esiste, ma esistono anche le mucche, che non sono solo nei disegni; delle belle mucche che brucano erba e passeggiano pigre per i prati in montagna con i loro allevatori che mungono di persona il latte e ne fanno tanto formaggio.

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Michael Pollan e l’arte del tempo in cucina

Il cibo è una cosa seria; parlare di cibo, lo è ancora di più, e nulla deve essere lasciato al caso. Ma in fondo,  un vero (e serio) foodteller è riconoscibile sin dalla sua prima parola, non solo per la professionalità che mette nello scrivere, ma anche dalla sua passione. Per la tavola, ovviamente. Un buon metodo per iniziare è scegliersi i propri guru, e se davvero avete intenzione di diventare veri food writer (ma veri-veri, eh), Michael Pollan non può assolutamente mancare dal vostro olimpo, il che non significa solo sapere chi è-ve lo dico io: giornalista americano e insegnante alla School of Journalism della Berkeley University. No: dovete anche riempirvi la vostra Billy fresca di Ikea dei suoi libri (dopo averli letti, magari), e se soffrite di illuminazioni notturne, tipo la nonna che vi appare in sogno e vi dice i numeri da giocare al lotto, tenere il suo ultimo lavoro, “Cotto”, direttamente sul comodino.

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