Requiem for Annina

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Con queste parole, più o meno, ho comunicato la mia decisione di chiudere un’era.

Dopo avervi frantumato i nervi in tutti i modi e in tutti i laghi con Annina in barattolo, Annina in panzerotto, in pagnotta, in trecce da colazione e in pancakes, che bello panificare, che bello il fermento, che bello il carboidrato, ecco che firmo l’eutanasia -o la condanna a morte- della creatura di cui più vado orgogliosa. La vestale della pasta madre appende le scarpe al chiodo, con solennità e consapevolezza, e svincola così madri zie e nonne dal terrore di una mia qualsivoglia reazione isterica alla percezione di Annina più acida o meno reattiva del solito.

La verità è che Annina è in Puglia da più di un anno, mentre io sono relegata in una casa con un fornetto elettrico con mezza guarnizione sciolta e potenza massima 180 gradi. Ergo, una casa senza forno. Mia madre, proclamatasi non tanto spontaneamente custode ufficiale della pasta madre, sta cercando di barcamenarsi il più possibile tra farine biologiche e rinfreschi settimanali, ma a fronte di una produzione di pane pressoché nulla, ne consegue solo uno spreco di materia prima decisamente poco sostenibile.

A monte c’è anche un’evoluzione della mia quotidianità, una diversa entrata di stimoli, una diversa uscita di interessi. E per quanto darei di tutto per poter avere davanti due chili di impasto da lavorare, qui, ora, adesso, in questo istante, mi ritrovo ad ammettere che oltre al pane c’è di più.

Credete a chiunque vi dica che la pasta madre è un impegno, e non pensate che si riferisca esclusivamente all’appuntamento con il rinfresco di routine. Vi sono una miriade di altre attenzioni, accorgimenti, lavorazioni e impieghi che richiedono altrettanto tempo, dedizione e coinvolgimento mentale. La vostra pasta madre è tale solo perché vostra, una vostra creatura, quasi un vostro figlio; così come la mia pasta madre, la mia Annina, è tale solo perché mia.

La mia Annina che è arrivata in Germania, in Danimarca, in California e anche in Giappone, fregandosene altamente di qualsiasi controllo doganale.

La mia Annina che ho legato stretta in una rete di cordino, neanche fosse stato per un corto bondage.

La mia Annina che mi ha messo nei guai con la segreteria studenti, quando mi è arrivata una mail che diceva qualcosa come:

“Ciao Francesca, ho sentito in giro che spacci dell’ottima pasta madre. Me ne daresti un po’?”

Maledetto intranet universitario.

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Ma la mia Annina è appunto mia. Io l’ho fatta nascere, io l’ho sfamata, io l’ho rinfrescata.
Io ho la responsabilità di tenerla in vita.

L’era della panificazione e della fermentazione non è finita. A chiudersi è solo il ciclo di Annina. Arriverà il giorno giusto, quello in cui avrò un mio frigo, un mio forno, un mio tempo, e solo allora ricomincerò ad accumulare farine in dispensa e a impostare la sveglia alle tre del mattino per infornare. Ci sarà una nuova pasta madre, un nuovo impegno, una nuova figlia che prenderà il nome di chi l’ha preceduta nei tempi d’oro dell’università. E verrà un’Annina II. O anche una III, chissà.

Voglio che il suo commiato sia celebrato dignitosamente, che non finisca tutto nel silenzio e nello squallore di un cestino per rifiuti. Che Annina nella sua integrità e interezza venga utilizzata fino all’ultimo grammo per impastare una grande focaccia pugliese, che rispetti le otto canoniche ore di lievitazione, che sia fragrante e con i bordi bruciacchiati.

Nel nome del padre, del figlio e della Pasta Madre.

 

Ciao Annina.

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2 pensieri su “Requiem for Annina

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