La visione manichea dei taleban-foodie

Bianco o nero.
Mare o montagna.
Biologico o no.

Che sia stato per un eccesso o per una mancanza totale di consapevolezza, la gastronomia si ritrova schiacciata e compressa in una visione che poco ha a che fare con la sua natura olistica. Che detto in parole meno altisonanti, suona un po’ come: a cadere nella facile trappola dell’estremismo, il passo è breve.


Lontani i tempi delle elementari in cui c’erano solo il team lasagne e il team cannelloni: si naviga verso una più complicata, oscura forma dicotomica che, all’interno delle sue fazioni, ha un po’ tutto e un po’ niente -e ha un odore che sa pericolosamente di stereotipo. Niente guerra, però: non è una questione di fazioni (ben distinte) contrapposte. Piuttosto, un altalenante gioco di definizione di ingroup e outgroup dalla massa d’insieme, che si definisce attraverso una visione radicale del massimo bene contrapposto al “male assoluto” -quest’ultimo, spesso personificato o oggettivato, che un’entità reale è più facile da demonizzare. L’esistenza di una delle due parti necessita della contrapposizione con l’altra per sussistere: biologico perché non convenzionale, locale perché non importato, fairtrade perché non contro i diritti dei lavoratori. Per ogni virtuosismo una corrispondente antitesi, impossibile da scambiare nella lista: il riduzionismo, insomma, stravince a tavolino.

Eppure.

Eppure la linea di demarcazione non è così netta: anche il “male assoluto” potrebbe non essere così male, così come i buoni esempi potrebbero celare un lato oscuro -solo, magistralmente camuffato. Il piccolo produttore di fragole di Sommariva Bosco potrebbe usare quintali di diserbanti e impiegare lavoratori in nero; la genuina carne del cheeseburger della burgheria sotto casa potrebbe non essere tanto poi genuina, e i polli allevati a terra delle uova vendute da Whole Foods potrebbero essere sì stati allevati a terra, ma magari in 30cm quadrati ciascuno. Ma poco importa: i cattivi ragazzi della grande distribuzione organizzata staranno sicuramente facendo qualcosa di peggio -che quel qualcosa non è tanto chiaro, ma di certo ci sarà, perché cosa ne sarebbe dell’ostracizzazione a priori dei prodotti?

Eppure l’etica non è la sola, l’unica, l’intoccabile prerogativa. Il cibo va celebrato in quanto…cibo, che è nutrimento, che è cultura, che è lavoro, che è gusto.  E’ l’attivazione primordiale del senso attraverso uno dei più intimi gesti umani, l’ingestione. Quindi il “Che schifo -si, ma è etico” non credo possa andare tanto lontano, dal momento che implica uno snaturamento dell’essenza del cibo. Anche Don Ciotti (grazie al cielo) se n’è accorto, e ha sistemato e sistema come può i prodotti Libera Terra per renderli effettivamente più democratici -perché più appetibili per tutti. Durante un’amichevole conversazione con una giovane produttrice spagnola di vini, lei mi ha apertamente dichiarato che avrebbe piuttosto abbassato l’asticella della qualità pur di continuare a produrre vino biologico naturale -giuro, l’ho sentito davvero; ero ancora sobria. Così come lo era lei: è un discorso che può benissimo permettersi, perché avvalorato dalla domanda dei consumatori.

Ognuno si barcamena come può nella giungla delle etichette, tra i sette tipi diversi di biscotti cocco e cioccolato, nell’inferno degli stili alimentari e del nutrizionismo. Il dilemma dell’onnivoro ha gettato nel panico un po’ tutti. Ma alla fine della storia, resta sempre il fatto che scegliere è un diritto,  ça va sans dire; e affinché sussista, c’è bisogno di un ventaglio di opzioni.

Quanto sia davvero utile tranciare quelle centrali o raggrupparle in due poli antitetici, a me rimane un attimo dubbio.

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