L’amore, vi spiego, ai tempi dei foodie

Saper cucinare è una di quelle azioni che è ormai esule dal quotidiano, si è sdoganata totalmente dall’etichetta di faccenda domestica. Saper cucinare è diventata una dote, una virtù, o come si dice a MilanoMilano, una skill. Roba da mettere sul cv, insomma.

E’ l’asso nella manica quando ci si presenta a un ragazzo -è stato il mio asso nella manica, quando mi sono presentata a [quello che non sapevo ancora sarebbe stato] il mio ragazzo. Quando insomma non avevo altro di cui sentirmi davvero fiera, o quantomeno sicura: da ballerina o centometrista non avevo il passato né il fisico, in educazione artistica mi sono sempre impegnata ma con scarsi risultati, e frequentavo ancora una delle facoltà più noiose della storia del globo. Che riassunto in una frase suona un po’ come: tendevo in maniera catastrofica al “mh, si, è simpatica“.

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Certo non avrei mai osato tanta sfacciataggine, se lui fosse stato un cuoco. Ma grazie al cielo, era (è) un designer. E l’inevitabile conseguenza arrivò puntuale come una sentenza: “Ah perfetto! Allora quando mi inviti a cena?

Iniziarono così i miei giorni frenetici tra ricettari e consigli strappati maldestramente da mia nonna. Non gli chiesi “Cosa ti piace di più”, la risposta sarebbe stata qualcosa di inconsciamente molto, troppo simile a un piatto materno -perché Freud ha sempre ragione, e iniziare a competere con la suocera dal primo appuntamento non è proprio il caso. No, sono partita da un più infimo “Hai qualche intolleranza o allergia? Non ti piace qualcosa?” che, pur essendo la negazione della domanda precedente, è posta in un modo in cui eviti il pericolosissimo collegamento con la cucina della madre. Il mio esordio è legato a piatti al limite dell’estremo, tanto elaborati da far tremare uno chef francese anni ’80. Ma si doveva vedere, in qualche modo, che avevo passato mezza giornata ai fornelli. Per giustificare qualcosa di relativamente semplice, a tavola ne spiegavo il procedimento di preparazione.

Sono andata avanti -siamo andati avanti così per mesi. Un continuo sforzo, un continuo ingegnarsi, un continuo tentativo di capire i suoi gusti senza chiederglielo esplicitamente -processo che, per proprietà transitiva, ha toccato anche la sua comitiva. Dovevo farmi accettare definitivamente come la donna del loro amico, e giù di spaghettate, di pizze infornate in forno elettrico fino alle 3 di notte, solo perché il giorno dopo al lavoro potessero commentare “Ma si che va bene per te. Sa cucinare e ha le tette grosse.”

Evitavo in tutti i modi le sue intromissioni in cucina -anche nella sua, di cucina: non per paura di un arrosto bruciato o una pasta scotta, semplicemente perché temevo di scoprirmi meno brava di lui, di perdere quel quid che mi rendeva speciale ai suoi occhi.  Finché un giorno è stato tanto insistente da farmi cedere il coltello per tritare il prezzemolo. Era una delle cose che mi chiedeva di più, e ci facevo caso solo allora. Così mi sono fatta da parte, gli ho ceduto la postazione, il tagliere e il coltello, e lui ha iniziato a tagliuzzare. Con le dita pericolosamente troppo vicine alla lama, è stato il mio primo pensiero, ma poi mi sono lasciata andare al ritmo del manico che saliva e scendeva, scandendo i colpi. E vedevo come godesse del momento, mentre si riempiva le narici del profumo fresco del prezzemolo e rubava i gambi verdi per morderli tra gli incisivi.

Ho capito così che il cibo è condivisione oltre la tavola. Come non ci nutriamo individualmente di soli gusti e calorie, non ci si nutre in due. Il cibo è un’esperienza da vivere a tutto tondo, e se si ha la fortuna di viverla insieme, la si assapora il doppio.  E’ un’occasione per scoprirsi, conoscersi e stupirsi. Farsi del bene a vicenda e dimostrarsi quanto si è speciali insieme.

Ho abbandonato la mia posizione di difesa e sono scesa finalmente in campo. Cuciniamo insieme quando ne abbiamo voglia, ci nutriamo dalle nostre stesse mani, condividiamo sempre lo stesso cucchiaino a colazione. I piatti elaborati sono sempre più sporadici: abbiamo i nostri comfort food che, anche se a volte non condividiamo in quanto a gusti, mangiamo insieme perché fa piacere veder l’altro sorridere mentre sfila la forchetta dai denti. Sperimentiamo con le spezie, i sali, le cotture e le culture; conosciamo bene i nostri limiti e ne facciamo tesoro, non sacrificando però le nostre preferenze.

Cuciniamo col cuore. Ogni volta che sbaglio a calcolare i tempi di lievitazione del pane, lui si sveglia con me nel cuore della notte, solo per aiutarmi a infornare; e ci risvegliamo poi al mattino con il profumo del pane che ha invaso la casa, fino alla nostra camera. Ci dividiamo i compiti, o facciamo tutto entrambi; e dopo cena c’è sempre la gara a chi lava i piatti.

La nostra non è una storia fuori dal normale: è fatta di due esseri umani, tanti alti e altrettanti bassi, eventi speciali e tanta routine. Così il nostro cibo è quotidiano, perché quotidiana deve essere la meraviglia di scoprirsi l’uno accanto all’altra.

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