Dio salvi la regina -e con lei, il Borough market

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10 minuti a piedi dal Globe Theatre, non ti puoi sbagliare.

Di minuti ce ne ho messi 40 e mi sarò sbagliata almeno 3 volte; ma poco male, ho avuto molto più tempo per perdermi in astruse ricostruzioni storiche, dove il mio Shakespeare non è piegato su uno scrittoio, alla fioca luce di una candela; ha una cappa che gli scende dalle spalle e un cestino di vimini a braccetto, intento a ripassare mentalmente la lista della spesa sulla stessa strada battuta dalle mie all-stars rosse, in direzione del Borough market. Per quanto ridicola e azzardata, questa immagine non si discosterebbe più di tanto dalla realtà: il Borough market è un’istituzione storica di Londra, un punto per ritrovo di antichi mercanti di spezie, artigiani esperti di charcuterie, e a pari modo, anche per contemporanei foodies.

Sotto il tetto verde del mercato coperto, I miei simili in pantaloni pratici e macchina fotografica non si possono contare sulle dita di due mani; ma la comunità locale sembra essersi abituata alla nostra presenza, fatta eccezione per qualche graziosa vecchina dal rossetto ciclamino che mi scruta con sguardo perplesso -eppure ho controllato, non ho la maglietta macchiata.

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Al Borough market si può trovare di tutto: dai cibi essenziali e gli interminabili banchetti di frutta e verdura, alle ricercate raffinatezze come ostriche e prosciutti da due zeri l’etto. Ossessionati dal biologico? Intolleranti? Semplicemente picky? Nessun problema: la gamma di prodotti è vastissima, c’è solo da perdersi. Che poi vogliate solo acquistare o fermarvi per il pranzo, la scelta sta a voi: i banchetti di street food -accompagnati da qualche panca e un paio di sedie in ferro battuto- non mancano. Ma il cibo non è unico e assoluto protagonista: attorno si snoda un corollario di altre attività che ben si adattano all’ambiente del mercato, inteso in senso molto più vasto -nonché più vicine al concetto stesso di mercato come luogo di commercio o, più romanticamente, come luogo di connessione, di scambio e di risveglio dei sensi. Ma osate un attimo con l’immaginazione e pensate oltre ai banchetti di fiorai e di piccoli oggettini intagliati in legno; non stupitevi, quindi, se alzando lo sguardo vi imbattete in un cilindro rotante a strisce bianche e rosse. Quello davanti a voi è davvero un barbiere, che nella sua botteguccia old style nascosta da vetri ingialliti, sta sistemando gli ultimi peli della barba hipster del cliente di turno. Questa realtà briosa ed eterogenea si sintetizza in un unico comune denominatore: la qualità.

Il gruppo dei commercianti, più in generale, è costituito in maggioranza da produttori che danno così modo al consumatore di venire direttamente in contatto con la storia del prodotto. Allo stesso modo, è richiesto anche agli importatori di arrivare con una solida conoscenza e consapevolezza, il tutto mirato a mantenere alti standard qualitativi -sia in termini del prodotto stesso, che dell’esperienza del consumatore. 

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L’unicità di questo mercato risiede proprio nella sua….molteplicità. Innanzitutto, è un centro nevralgico per la biodiversità in qualsiasi sua sfumatura: dalle dozzine di tipi diversi di fragola locale (ah, Dio salvi la Regina) alla massiccia presenza di prodotti e produttori d’oltremanica e oltreoceano. Parlare di “cibo etnico”, però, è un attimo fuorviante: i banchetti del Borough Market non sono infarciti di quei piatti-feticcio a cui la nostra comfort-zone culturale è abituata; quei prodotti, insomma, che esistono e sussistono unicamente per la loro facile identificazione con una nazione o un gruppo etnico, di cui magari abbiamo impresso in memoria solo quella versione distorta adattata ai nostri gusti e consumi.

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Giusto per dare un’idea: Italia e pasta, Giappone e sushi, Cina e riso alla cantonese. Ebbene, quell’unica mescolanza di sapori e profumi del Borough Market rompe questi argini e si spinge oltre, in una ricerca costante di tradizioni nascoste -così come di nazionalità la cui cultura alimentare non è tanto nota, o ancora non ben identificata. Alzi la mano chi trova quotidianamente al mercato un banchetto di cucina croata o singalese, e ritiro immediatamente quel che ho appena detto.

Parmigiano reggiano e Pimm’s, Wiener wurstchen e hot cross buns. La bellezza della glocalizzazione.

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Ora di pranzo. È qui che vengo presa da uno dei miei soliti attacchi di panico: sono l’incarnazione del dilemma dell’onnivoro, e ne sono consapevole. I profumi nell’aria si rincorrono vorticosi, si mescolano, arrivano a zaffare costanti. I baracchini sono pieni in egual misura, non posso nemmeno scegliere con la cosiddetta “tattica del camionista“: così come un ristorante merita di essere visitato per la presenza di camion parcheggiati all’esterno, anche un baracchino può rivelarsi una garanzia data la coda perpetua alla cassa. Street food, snack. Caldo, freddo. Iper- British, straniero….

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Esco dal Borough market con il portafoglio più leggero di 1 pound e le mani impegnate a spezzettare una pagnotta da 200 grammi. Una pagnotta profumatissima, con la mollica soffice da dormirci su, la crosta croccante il giusto, quel croccante piacevole, che fa rumore ma non ti spacca i denti, che ben si accompagna con quella mollica che intanto inizia a sciogliersi in bocca. Figuriamoci, potevo mica finire in modo diverso se non in un mare di carboidrati. E’ la pagnotta di Bread Ahead, che oltre a essere un panificio pastamadrista convinto, è anche un fervente centro per corsi e workshop -dal know-how della panificazione con pasta madre alle ricette della tradizione British.

Insomma, un altro buon motivo per prenotare il mio prossimo volo per Londra.

www.boroughmarket.org.uk

www.breadahead.com

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