Intingolo

intìngolo s. m. [der. di intingere; propr., sugo in cui si può intingere il pane]

Nome generico di ogni sugo, salsa, condimento liquido in cui si cuoce una pietanza, soprattutto la carne (per es., lo spezzatino) o anche verdure in umido, e la pietanza stessa così preparata.

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Dì il mio nome. Anoressia, 7 anni dopo.

Spaghetto

Il folletto, lo chiamavo.

Tassativamente nero, ovvio; non è che per una cosa del genere potevo scegliere un colore vivido e brillante come, che so, un rosa pastello (a prescindere dal fatto che a me il rosa fa schifo). È che un uomo nero sembrava essere troppo ingombrante, oltre che poco adatto; un animale poteva farmi correre il rischio di dare troppa fisicità alla cosa, renderla quasi palpabile, quando l’unica cosa che volevo era negare l’innegabile. Il folletto nero sembrava essere il giusto compromesso tra intangibile e tragicità, nelle giuste proporzioni: in fondo quello che sentivo –e che solo io potevo sentire, era una voce al pari di un sibilo. Una voce capace di irretire ogni centimetro del mio corpo davanti a un piatto troppo pieno. Stavo giusto riflettendo sul fatto che, ancora oggi, non lo chiamo col suo vero nome: è ancora il folletto, se parlo con qualcuno che l’ha vissuto accanto a me; per tutti gli altri, è “il periodo in cui sono stata male” o, in una molto leggera (e poco esaustiva) litote, “quando non sono stata bene”.

Si  chiamava anoressia.
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