Il brunch -ovvero: la destrutturazione del rituale dei pasti

brunch

I nuovi stili di vita della società contemporanea occidentale si riflettono in maniera evidente sui sistemi alimentari. Da un lato, la disponibilità sempre più ridotta di tempo libero che induce una necessità di consumo rapido e, se possibile, in movimento; dall’altro, una vita sociale sempre più ricca di occasioni di consumo vissute in prima persona e le proiezioni oniriche create dal sistema mediatico, generano un flusso continuo di sollecitazioni ad abbandonare non solo le abitudini, ma persino le gestualità e le ritualità collegate al “mangiare”. Questa sorta di liquidità diventata caratteristica intrinseca della società odierna non permette agli individui, così come ai gruppi, di potersi imbrigliare in quel sistema di rituali che scandiscono e gestiscono l’esecuzione di un pasto. È ciò che sta accadendo in innumerevoli occasioni, afferendo ad una “desacralizzazione dei pasti” che induce, a sua volta, ad una “destrutturazione dei pasti”. Affinché si possa demolire l’esistente impianto, occorre che esso venga prima privato della sua solennità sacrale.

Spesso questo nuovo modo di rapportarsi ai cibi viene giustificato in base alla sua funzionalità e alla sua semplicità. Si tratta, invece, di una scorciatoia che elude la questione della sua contestazione implicita del concetto di “civilizzazione alimentare”. Il pasto desacralizzato interferisce con il meccanismo di interiorizzazione di quelle norme e convenzioni che il passar del tempo ha cementato sino a farle diventare ovvie, giustificate e vincolanti. Lo sgretolamento dei canoni rituali avviene su due direttive: quella spaziale e quella temporale. Ci si svincola completamente dalle tempistiche e, in un certo senso, dai luoghi di fruizione e di consumo del pasto. È così che macchinette self-service di prodotti confezionati e chioschi ambulanti di street food (che in questi ultimi anni vivono di un rinato, straordinario successo) tentano di indurre il consumatore ad abbandonare il pre-esistente equilibrio alimentare di natura simbolica, puntando più ad un consumo legato alla spontaneità psico-fisiologica dell’atto di mangiare e ad una alimentazione che si sviluppi secondo un suo continuum spazio-temporale. In sostanza, si può mangiare a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, senza la necessità di sedersi ed utilizzare posate e piatti. In questo nuovo sistema troviamo il fantasma della filosofia che Coca-Cola cerca di diffondere a macchia d’olio sin dagli anni ’30, quando si pose l’obiettivo di essere presente ovunque potesse manifestarsi il bisogno di dissetarsi.
Ad assumere un carattere eversivo sono anche le occasioni conviviali, di incontro che oggi ritroviamo in forme completamente nuove: stiamo parlando dell’happy hour ma soprattutto del brunch, emblema della disintegrazione multidimensionale e simultanea di ogni precedente architettura alimentare. Come cerca di spiegare il nome stesso, fusione non molto azzardata di “breakfast” e “lunch”, il brunch si dipana su un arco temporale compreso dalle 10 fino alle 18, coprendo quindi le fasce orarie dedicate solitamente a tre pasti: colazione, pranzo e merenda. La dimensione “tempo” del pasto ne risulta pertanto assolutamente relativizzata. In virtù di questa innovazione, i piatti presentati si svincolano completamente dalla tradizionale successione di dolce al salato: le pietanze vengono esposte in un unico buffet e nello stesso momento; l’obiettivo è proprio quello di confondere deliberatamente ogni differenza tra antipasto, primi, secondi e dessert, di fraintendere volutamente ogni distinzione tra pietanza e contorno. Il brunch, inoltre, polverizza ogni relazione tra alimento e bevanda, poiché caffè, succhi di frutta, latte, acqua, birra ecc., nel loro occasionale accompagnamento al cibo, diventano mutuamente sostituibili. In breve, ciò significa il crollo della cucina analitica classica.
La disposizione a buffet implica la necessità di dover alzarsi per servirsi, entrando così in contatto con individui che non sono soltanto i commensali e i convitati a noi noti. Si sottolinea così l’assenza di una geometria spaziale delle relazioni e la presenza di contatti molteplici ed “aperti”. Chi, ad esempio, rimane al centro del luogo dedicato al ristoro, autorizza gli altri ad interferire con la sua privacy, si rende tacitamente disponibile a scambiare battute o frasi di circostanza, ad essere presentato a sconosciuti. Viceversa, chi si allontana per approvvigionarsi ancora, non è obbligato a tornare nello stesso punto di partenza e può quindi avviare relazioni con altri compresenti. Si introduce l’espressione di una democrazia consumistica che infrange le distanze tipiche del pasto formale, la stessa democrazia tanto cara alla tradizione americana (in cui il brunch, tra l’altro, affonda le sue radici).
Il brunch insomma è la transizione fatta cibo; in un’elegante metafora offerta da Tirelli, è l’estrema esasperazione del pasto destrutturato che trasferisce in gastronomia ciò che l’espressionismo astratto di Jackson Pollock ha apportato in termini di arte moderna.

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