Lo chef è un dio. Ma anche no

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Tra uno chef di testa e uno da prendere a testate, la differenza c’è. E si vede. C’era da aspettarsi, insomma, che questa ondata mediatica gonfiasse qualche ego già problematico di suo come soufflé in forno, o che turbasse animi non proprio stabili. Niente da obiettare, ovviamente, a chi si gode il suo quarto d’ora di celebrità senza interferire troppo con la quiete e la pace altrui, perché a ben pensarci, mica possiamo biasimarli: dopo una vita passata a sgobbare come muli in cucina, poveracci, quei tre secondi e mezzo di autocelebrazione glie li possiamo pure concedere. Se fanno i bravi, anche quattro. Se poi sono dei geni indiscutibili, là posso solo fare chapeau a chi di dovere e mettermi in un angolino. Muta. Il problema si pone nel momento in cui questi chef (che nel 90% dei casi fanno parte della categoria mezze calzette, non di quei luminari dell’enogastronomia di cui sopra) iniziano a subire qualche delirio di onnipotenza. Mi spiego: gli parte proprio la rotella del “tu-non-sai-chi-sono-io”. E credo sia inutile perdermi in metafore nazional-popolari del tipo “gli è andato in pappa il cervello”, “ha rotto tutte le uova nel paniere” eccetera eccetera; il concetto è abbastanza chiaro. Diventa tutto un contatto, un contratto, un contro tutto: dalla megalomania alle paranoie ossessive, c’è veramente l’imbarazzo della scelta. Quindi ragazzi, iscrivetevi a psicologia o specializzatevi in psichiatria che di lavoro ce n’è. Bella mia, è facile sentenziare! mi direte, ma posso assicurarvi che non sto scrivendo per sparare nel mucchio e basta -che poi, figuratevi se questi individui mi leggeranno mai. Voglio solo riportare la mia esperienza personale con due chef (niente gossip scabrosi, tranquilli -ciao mamma!). Per farvi giocare un po’ a Indovina chi  per una questione di correttezza, i personaggi in questione saranno indicati come Chef 1 e Chef 2.

-nessuno chef è stato maltrattato per la stesura di questo post.-

Scenario: febbraio 2014. Francesca, giovane studentessa di 22 anni, chiede la tesi dopo mirabolanti avventure accademiche. La ottiene in comunicazione interculturale e riesce addirittura a convincere la relatrice di trattare di cultura del cibo (pur laureandosi in scienze linguistiche). Ottiene anche questo, a patto di dedicare almeno un capitolo alla case study di uno chef contemporaneo. Francesca si arma di coraggio e pazienza e decide di inaugurare la caccia allo chef. Chef 1: patron di un rinomato ristorante pop dell’hinterland milanese, una stella Michelin, qualche libro di amore, passione e ricette pubblicato nell’arco degli ultimi 3-4 anni, presenza sicura a ogni evento-che-conta del jet set della Milano bene. Francesca opta per lui e invia diverse mail all’indirizzo indicato sul sito del suo ristorante. Nessuna risposta, ma non demorde. Dopo aver sfogliato tutte le rubriche telefoniche perse in borsetta, Francesca trova il numero di una persona molto vicina a questo chef. Chiama umilmente e, dopo un giro svariato di chiamate, ottiene udienza (in pieno stile vaticano). Il giorno successivo, nel preciso istante in cui si sarebbero dovuti incontrare, chef 1 bidona pretendendo di fare l’intervista per telefono. Risponde alle prime due domande con frasi molto generiche e qualunquiste da far rabbrividire anche il peggiore dei Fabio Volo, ma il meglio deve ancora arrivare; dalla terza domanda in poi, la risposta è univoca: “Legga i miei libri.” Ma secondo te, genio del male, se sto facendo la tesi su di te i tuoi libri non li ho letti? Pensa ma non dice Francesca. La telefonata si conclude con chef 1 che, prima di riattaccare senza salutare, dice: “Ah, inutile dire che tutto il materiale che scriverà prima deve passare dalla mia approvazione. E glie lo dico io, prima che glie lo dicano i miei avvocati. Senza il mio ok, lei non va da nessuna parte.” Su Cadorna si scatena il diluvio universale, un tuono rompe il silenzio e cala il sipario. Chef 2: patron di un ristorante tre stelle Michelin nel modenese. Francesca, ancora con la vista offuscata dalla rabbia, torna a casa zuppa di pioggia. E mentre strizza i calzini, decide di inviare una mail a chef 2 che “se quell’altro ha reagito così, figurati questo cosa mi può dire. Ma oh, tentar non nuoce”. La sera stessa, a distanza di due ore, Francesca riceve una mail dal braccio destro di Chef 2 (evidentemente dopo il servizio in ristorante) che risponde scusandosi, dal momento che il patron non è in loco ma è a Londra a essere nominato terzo chef migliore al mondo, ma che si offre di inoltrargli la mail con le domande dell’intervista chiedendo a Francesca le sue tempistiche accademiche e le scadenze della consegna della tesi, in modo da adattarsi di conseguenza. Francesca invia le domande e riceve le risposte dettagliate dopo una settimana circa. Scrive la tesi e a luglio si laurea, tra le lacrime della madre e il prosecco che scorre a fiumi. Decide di inviare la tesi, la sua meravigliosa tesi rilegata in tela rosso fuoco, a chef 2. Dopo circa due settimane, Francesca riceve una lettera a casa e per poco non sviene nel leggere il mittente: chef 2 le scrive complimentandosi per il suo lavoro, facendole mille tipi diversi di auguri e conclude dicendo che la aspetta al suo ristorante. Francesca sviene, le luci si spengono e cala il sipario. 67247_298511227003686_3161408166319310490_n [aò, ma che m’avete preso davvero la meringata del Pavè?] Non sono qui a tirarmela, ma di certo essermi presentata con una tesi su un personaggio che spiega la sua cucina attraverso i quadri di Fontana e la musica di Thelonius Monk mi avrà certamente fatto guadagnare qualche punto in più (in termini di voto finale, di dignità ma anche di autostima) rispetto a uno che parla della sua passione culinaria paragonandola a quella per Ligabue (il cantautore, mi sembra ovvio) e per l’Inter. Già questo avrebbe dovuto dirmi molto. Ma a volte la frangetta brizzolata offusca un attimo la ragione. Cosa ho imparato da questa esperienza? Molto. Ma non voglio tediarvi più di tanto, quindi riassumo tutto in quello che io stessa ho definito “Assioma universale della fama umana”:

Il grado di cultura di un uomo è direttamente proporzionale alla sua umiltà.

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