Michael Pollan e l’arte del tempo in cucina

Il cibo è una cosa seria; parlare di cibo, lo è ancora di più, e nulla deve essere lasciato al caso. Ma in fondo,  un vero (e serio) foodteller è riconoscibile sin dalla sua prima parola, non solo per la professionalità che mette nello scrivere, ma anche dalla sua passione. Per la tavola, ovviamente. Un buon metodo per iniziare è scegliersi i propri guru, e se davvero avete intenzione di diventare veri food writer (ma veri-veri, eh), Michael Pollan non può assolutamente mancare dal vostro olimpo, il che non significa solo sapere chi è-ve lo dico io: giornalista americano e insegnante alla School of Journalism della Berkeley University. No: dovete anche riempirvi la vostra Billy fresca di Ikea dei suoi libri (dopo averli letti, magari), e se soffrite di illuminazioni notturne, tipo la nonna che vi appare in sogno e vi dice i numeri da giocare al lotto, tenere il suo ultimo lavoro, “Cotto”, direttamente sul comodino.

pollan

In questo, Pollan racconta la relazione ancestrale –e comunque, tanto contemporanea- tra cibo e uomo, quella che si concretizza in una tecnologia che ha letteralmente segnato l’inizio della civiltà: la cottura. Collegando una particolare tecnica di cottura a ogni elemento naturale (fuoco, aria, acqua, terra), i racconti di maestri del gusto intorno al mondo e degli impacciati tentativi di autoproduzione domestica dell’autore sottendono ragionamenti molto più ampi e profondi che negano del tutto la possibilità del cibo di sussistere come sola fonte di nutrimento per l’uomo. Insomma, oltre la fame c’è di più.

È in un passaggio molto arguto che l’autore analizza questo rapporto attraverso una variabile fondamentale: il tempo. Come reagisce l’uomo, insomma, alla frenesia dell’epoca contemporanea? Come (e se) si adatta? La risposta viene illustrata attraverso uno studio condotto nel 2003 da un gruppo di economisti di Harvard guidati da David Cutler. Secondo Cutler e soci, l’aumento di incidenza di obesità riscontrato negli Stati Uniti negli ultimi decenni potrebbe essere spiegato in gran parte dalla maggior frequenza con cui il cibo viene preparato fuori casa. L’economia ci insegna che quando il costo di qualcosa diminuisce, il suo consumo aumenta; ma la produzione di massa non si è limitata ad abbassare il prezzo di molti alimenti in termini di denaro, ha agito anche sulla quantità di tempo necessario per procurarselo. I tassi di incidenza di obesità, in sostanza, hanno una correlazione negativa con la quantità di tempo dedicata alla preparazione del cibo: il fatto che non dobbiamo più programmare di cucinare, e nemmeno aspettare per mangiare, come sicuramente ci toccherebbe se preparassimo tutto da noi, aumenta molto la probabilità che esageriamo facendoci prendere la mano.

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Dal 1977 a oggi sono cambiate molte cose, in America come anche in Europa –o in generale, nel mondo Occidentale: a partire dalla concezione stessa di “cucinare”, che ora include anche passare in padella diversi ingredienti o addirittura un intero piatto precedentemente processato (dai cubetti di cipolla per il soffritto ai quattro salti in padella, il passo è breve). Il tempo dedicato alla cucina si è dimezzato, ma abbiamo aggiunto alla nostro introito quotidiano di calorie l’equivalente di circa metà pasto, gran parte del quale consumato come attività secondaria.  Che poi, questa storia di considerare il cibo, il nutrirsi, come attività secondaria (sic!) dovrebbe far riflettere, e non poco. Ma sono tutte conseguenze della nostra evoluzione a homo multiple operationes –meglio conosciuto come uomo multitasking.

Sull’acquisto di cibo pronto, che sia in un fast-food, d’asporto o prelevato al volo da una macchinetta in metropolitana, il risparmio in termini di tempo è evidente. Ma quanto davvero risparmiamo nell’acquistare cibi precotti surgelati e riscaldarli in microonde? A questo, ci da risposta proprio l’autore, che sfrutta l’intera famiglia come cavia per la sua cena-esperimento. È così che Pollan senior e Pollan junior si avventurano un giorno nella lunga, lunghissima, quasi infinita corsia dei surgelati nel vicino supermercato; ogni componente della famiglia ha diritto a scegliere un piatto ciascuno, più un dessert da condividere a fine cena. Dal momento in cui è stato scongelato il primo piatto a quello in cui è stato servito il dessert, passano esattamente 40 minuti, nei quali si è dovuto riscaldare i piatti scongelati per primi, a turno ogni commensale ha dovuto lasciare la tavola per controllare il microonde, si è perso ogni senso di coesione del nucleo familiare al momento del pasto. 40 minuti.

Facciamo un elenco dei piatti per 3 persone pronti in 40 minuti:

  • Minestrone
  • Zuppa di cereali
  • Vellutata di zucca
  • Brasato
  • Spezzatino
  • Scaloppine
  • Pesce al cartoccio
  • Torta salata in pasta sfoglia o brisée

Senza contare tutti gli altri pronti in molto meno di 40 minuti. Morale della favola: la concezione del tempo è relativa e quantomai soggettiva. Ma un minimo di buonsenso non guasterebbe. Le aziende produttrici, con i loro slogan pubblicitari, gli spot, il packaging stesso degli alimenti (per evitare di far riferimento a un oscuro e politicheggiante “sistema”) inneggiano a un sempre maggiore risparmio di tempo, quando il tempo è proprio l’ingrediente mancante nella nostra vita quotidiana. Ma se ci fermassimo un attimo a valutarne meglio il peso, di questo benedetto tempo, capiremmo che ci stiamo negando senza un valido motivo alcuni dei piaceri più grandi della vita. Cucinare non è che un esempio. Certo, questo non significa che a ogni cena dovremmo servire un cosciotto di maiale cotto sottovuoto a bassa temperatura, ma semplicemente, capire cosa davvero possiamo permetterci di fare. Anche nel caso di preparazioni molto lunghe (ma poco elaborate) come può essere quella del pane, basta saper calcolare bene le tempistiche: una lievitazione notturna non ha mai nuociuto a nessuno. Così come  una lievitazione più breve, eseguita durante l’orario di lavoro. Immaginatevi voi di andare a letto con la casa invasa dal profumo del pane, devo aggiungere altro?

 

Compiti per tutti: calcolare il vantaggio in termini di tempo, economici e psicologici della preparazione della cena. E tentare, come dice l’autore, di tornare unitasking.

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