Dio salvi il Salone del gusto -e il cibo buono, pulito e giusto

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Se doveste chiedere un parere a un visitatore del Salone del Gusto appena uscito dal Lingotto, lui/lei vi direbbe sicuramente che il Salone stanca. Ma potete mica immaginare, un centinaio di bancarelle da girare, file interminabili per assaggi gratis, folla che nemmeno una festa di paese, e (nel caso dei “vip” –notare le virgolette- del food) appuntamenti sparsi in ogni padiglione, gente da incontrare, mani al profumo di pecorino da stringere, richieste fastidiose dei fan-o poveri mortali… L’è un gran daffare, insomma.

Adesso provate a chiederlo a me.

Francesca, com’è andato il Salone di quest’anno?

Eh, sapessi. Il Salone stanca. Ma se ricominciasse oggi, ci andrei  di nuovo, perché a me il Salone rincuora. Ci verresti, te?

Si,  il Salone del gusto è rincuorante.

La sola idea che il cibo (e non una robetta qualunque, ma quello con la C maiuscola, buono, pulito e giusto), proprio –e solo il cibo possa riunire individui provenienti da ogni parte del mondo, ha in sé una carica di meraviglia davvero potente. Parliamo di persone di ogni sorta, provenienti da Paesi ricchi, ricchissimi, così come da Paesi in difficoltà, o addirittura Paesi in conflitto tra loro. Può sembrare semplicistico –e magari lo è, lo ammetto, così come è fortemente utopico- ma idealmente qualsiasi divergenza si dissolve davanti a una pagnotta di pane caldo. E molte di quelle persone che hanno preso un aereo transcontinentale o anche solo una bicicletta per arrivare lì, di questo potere del cibo ne sono ben consapevoli.

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A me non pare che sia una cosa di tutti i giorni fermarmi a parlare per un’ora e mezza di panificazione con una signora egiziana e una ragazza bulgara. Si, c’erano un’italiana, un’egiziana e una bulgara. Detta così, sembra proprio una barzelletta old style. Ma avreste dovuto vedere, con i vostri occhi, come i nostri gesti si sincronizzavano nel momento in cui una di noi stava descrivendo a parole il suo ultimo impasto. Tutto quell’insieme di gesti, ingredienti antichi, sapori e consistenze, fanno parte di qualcosa che è molto più grande di noi, che sarebbe quasi riduttivo chiamare “linguaggio universale”. Il Salone non è altro che lo spazio fisico in cui questo potere prende vita, e tutti i delegati, i presidi, le condotte, o anche solo i simpatizzanti di Slow Food, sono portatori sani di questa energia.

Come, d’altronde, ha detto Gastòn Acurio in una meravigliosa Lectio Magistralis tenutasi proprio al Salone, “se la cucina è spazio di amore e condivisione, i cuochi devono avere coscienza di essere guerrieri di pace”. Anche qui, sfociamo in un discorso molto tirato e molto poco realizzabile nel concreto, ma comunque sottende una grande verità che non tutti sono disposti ad accettare: il cibo è una responsabilità. È una nostra responsabilità. E come tale, dobbiamo rispettarlo e difenderlo come deve, indipendentemente se stiamo parlando di tradizioni, usi alimentari, agricoltura, sprechi o gastronomia di qualsiasi livello.

Cosa trovo di rincuorante, in  tutto questo? Sapere che qualcuno che ci crede, c’è.

Power to the –foodie- people.

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